sabato 10 marzo 2012

Josko Gravner secondo noi...


Caro Andrea la penso esattamente così...




“I miei vini capiscono benissimo chi hanno davanti. E si comportano di conseguenza. Se chi li beve è diffidente, si chiudono”. Josko Gravner è un filosofo applicato alla vite. Un contadino senza tivù, che legge molto e, quando va al ristorante, si porta il vino da casa. “Ormai è l’unico che bevo. Sono stato in California nell’87 e ho capito cosa non volevo fare nella vita. Ho sbagliato e sbagliato. Col tempo ho imparato a fare vino per me stesso. Mezzo chilo a vite, 25-30mila bottiglie l’anno quando potrebbero essere almeno il doppio. Io so che è buono: poi può piacere o no, ma riflette la mia vita”. Oslavia, due passi dal confine sloveno. Terroir di vino e guerra, un ossario con 60mila morti e i vigneti che sputano ancora proiettili e granate dalla Grande Guerra. La casa di Josko, quasi invalicabile “perché spesso chi viene qui desidera solo vedere da vicino ‘il matto’”, è tra le poche rimaste in piedi dopo il primo conflitto mondiale. Fungeva da infermeria. Josko ha occhi timidi, sguardo vigile e modi antichi. Ha rivoluzionato il mondo del vino, attingendo da biologico e biodinamico senza legarsi a nessuno. Ha seminato come un eretico troppo avanti, persino per se stesso, e il cruccio è non avere eredi. In tanti lo imitano, in pochi gli somigliano, nessuno lo eguaglia. “Il contadino è solitario per vocazione. Individualista, come lo scalatore: qualsiasi compagno ti appesantisce se vuoi arrivare alla cima. Il vino è sacrificio. L’unica evoluzione è tornare indietro”. Ovvero lavorare a scomparsa, come lo scrittore che antepone al virtuosismo il minimalismo. I vigneti coi nidi di cinciallegre, i lieviti indigeni, di barrique neanche a parlarne. “Il vino buono è come l’acqua pulita, va cercato alla sorgente e non alla foce”. Unica deroga, lo zolfo: “L’uomo lo usa da 2000 anni. Ho provato, ma non ci si può rinunciare. Il naturale processo di evoluzione dell’uva non è il vino ma l’aceto: la solforosa, in piccole dosi, lo modifica”. Il sancta sanctorum di Gravner, utopista radicale frainteso per burbero, è una cantina disadorna dove tutto ha la sua funzione (anche le ragnatele), che si sublima nella cripta delle anfore. Quaranta, di terracotta, interrate. Sembrano gli involucri di Cocoon: generatori di vita che – al contrario del film – incentivano l’invecchiamento. “Anatolia, Mesopotamia, Caucaso: il vino è nato lì. E nell’antichità si usavano le anfore. Il recipiente che permette di non perdere contatto con la terra. Le faccio costruire nel Caucaso dal 2001: le mie annate precedenti non mi somigliano”. L’anfora è l’utero. “Dopo nove mesi, e adesso un anno, il vino deve nascere. Come un bambino. La botte grande rappresenta la successiva educazione”. I vini, che Josko si premura di far degustare in ciotole di vetro che esasperino la percezione tattile, non vanno sul mercato prima di 7 anni. “Un numero magico, il periodo lungo il quale l’uomo sostituisce tutte le proprie cellule”. Più di qualsiasi altro esponente dei “vini veri” o “naturali”, Gravner insegue un’idea ancestrale di enologia. Produce vino come una opera d’arte spontanea che, suo malgrado, per reiterarsi ha bisogno dell’uomo. L’annata botritizzata 2008, impreziosita dalla muffa nobile, non verrà mai venduta. Riposa in una botte. “E’ l’ultima vendemmia fatta con mio figlio Miha”. Scomparso nel 2009 in un incidente. Josko ne parla con rispetto immacolato, come una guida immanente che veglia discreta sul viaggio a ritroso del padre. La lunga macerazione a cui sono sottoposti i bianchi, inevitabilmente celebri, li rende antitetici al gusto omologato. A partire dalla Ribolla Gialla (30 euro più Iva in enoteca). Persistente, dotata di tannino e struttura. Stupefacente sin dal colore. L’anfora ne esaspera la “stranezza”. Può spiazzare. Eppure, in questo cavaliere solitario di un’Apocalisse morbida, che scorteccia credenze e finzioni, c’è un rigore che scuote. Un candore che ammalia. E una diversità così ostinatamente inseguita, da apparire miracolosamente salva.  


(Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2012. Uno degli incontri più intensi e teneri del mio peregrinare. Avrei potuto scrivere molto di più, ma certe cose mi piace tenerle tutte per me)











domenica 22 gennaio 2012



                                                                  Il coraggio di saper scegliere il bene...














‎"...Quante belle persone ho incontrato nel percorso della Vita, ognuna mi ha stupito a modo suo, ognuna mi ha lasciato qualcosa, ognuna mi ha chiesto sincerità, ognuna non pretendeva qualcosa, qualcuna si, ognuna stupiva me stesso, ognuna restava incredula ai miei gesti, alcuni restavano di stucco al pensiero della mia pazzia, ognuna accettava me stesso per quello che ero, ognuna sputava sentenza per ciò che fossi agl' occhi degl' altri;
tutte quante però sono all'interno del mio cuore, e saprei riconoscerle anche fra cent'anni..."

                 
                                                                                                                        Mattia Ravioli

martedì 6 settembre 2011


                                                        Quando un qualcosa va a puttane...


Siamo nel Collio goriziano e la giornata di venerdì 22 luglio sta volgendo
al termine. Sono quasi le 23, all'orizzonte nubi temporalesche annunciano
l'arrivo delle piogge che porteranno un po' di acqua preziosa per la terra e sicuramente attenueranno l'afa opprimente. Le gocce iniziano a scendere dal cielo nemmeno troppo intense, disegnando uno scenario dove regna una quiete rassicurante che però, di lì a poco, risulterà essere solo apparente. Passano pochi minuti infatti ed un'ondata di grandine inizia ad abbattersi come uno tsunami su parte delle colline di Cormons e delle frazioni limitrofe. Chicchi di ghiaccio del diametro di quasi cinque centimetri scendono numerosi a velocità impressionante, portando distruzione su tutto quello che osa mettersi dinnanzi al loro cammino. Il tempo sembra non passare più, trenta interminabili minuti che regalano alla fine un panorama degno di un campo di battaglia.
Ad avere la peggio le immense distese di vigneti che popolano le colline, 300 ettari colpiti che rappresentano quasi un sesto dell'intero territorio vitato del Collio. La grandine colpendo a macchia di leopardo, ha causato danni che in percentuale partono da un 15% ed arrivano in alcune zone al 100% dei vigneti. Un'annata che si pronosticava ottima per il perfetto decorso climatico e che fra un mese avrebbe regalato una vendemmia d'eccellenza, è stata amputata numericamente e ha creato più di qualche preoccupazione su quello che sarà il livello qualitativo delle uve.
Inutile rimarcare lo stato di disperazione dei vignaioli che si sono visti in una manciata di terribili minuti, distrutto il lavoro di un'intera annata, cosa che naturalmente avrà ripercussioni anche dal lato economico: per i casi più fortunati la produzione sarà ridotta, mentre per qualcuno diventerà quasi superfluo vendemmiare.
Ho voluto fare un sopralluogo per vedere con i miei occhi quanto accaduto e sono andato a Zegla, per sentire la voce di Damian Princic, bravo produttore dell'azienda Colle Duga, anche lui colpito dalla grandinata ma nonostante tutto sereno e non in preda a facili vittimismi. 
"Questa grandinata può essere paragonabile a quella del 1985, quando nello stesso periodo dell'anno ci fu episodio analogo e devastante. Per fortuna in zona questi eventi non sono frequenti, molti produttori non sono nemmeno assicurati causa gli alti costi delle franchigie, e anch'io ho preferito fare un po' la formichina negli anni più propizi per poter affrontare con più serenità eventuali situazioni come questa. Certo inutile negare che i danni sono ingenti, ma inutile fasciarsi la testa, bisogna andare avanti e non fermarsi a piangere. Ad un mese dalla vendemmia non resta che andare in vigna e fare qualche trattamento disinfettante con prodotti rameici sperando che il tempo ci dia una mano evitando l'insorgere di condizioni climatiche propizie per i pericolosi attacchi fungini.
Farò una selezione in vigna grappolo per grappolo per eliminare le parti non sane e poi sarà la vendemmia e l'arrivo delle uve in cantina a dare il responso definitivo sui numeri possibili e sul livello qualitativo dell'annata. Io resto fiducioso e anche se ci saranno sicuramente produzioni ridotte sono speranzoso di riuscire comunque a produrre dei vini che mantengano il mio abituale standard qualitativo. Questa è anche la speranza di tutti i miei bravi colleghi della zona. Alla fine per sdrammatizzare la situazione posso finire solo con una battuta che nasconde una buona parte di verità: l'importante è la salute, tutto il resto si risolve."
 
Questa volta ha colpito il Collio ma la grandine è un flagello che si presenta, senza premurarsi di annunciare il suo arrivo, in molte zone dello stivale provocando danni ingenti da Nord a Sud. E' un fenomeno, associato ai temporali, che colpisce a macchia di leopardo ed è difficilmente prevedibile, infatti non è possibile stabilire a priori se, dove e quando grandinerà, ma solo ipotizzare l'esistenza di condizioni favorevoli al verificarsi del fenomeno. La previsione a brevissima scadenza, detta nowcasting, è in grado di fornirci qualche informazione in più grazie alle immagini dei radar meteo, queste però ci consentono una previsione dell'ordine di poche decine di minuti, quindi non risultano essere di grande utilità. Si può solo cercare di restare allertati quando si verificano le situazioni propizie ad elevata attività temporalesca, nelle quali la probabilità di formazione di grandine è maggiore, però le possibilità di intervento preventivo sono pressoché nulle.
Una grandinata, a parità di intensità e di tempo, produce danni diversi in funzione del periodo in cui avviene l'evento. Se, per esempio, si verifica durante l'allegagione, l'acino, che si trova in fase di divisione cellulare, può cicatrizzare la ferita; mentre se avviene durante l'invaiatura, in fase di distensione cellulare, i danni sono più gravi perché l'acino non cicatrizza più. Inoltre, poiché le ferite non si rimarginano, aumenta la possibilità di attacco da parte della muffa grigia e del marciume.
In funzione della fase in cui si trova il vigneto e dei danni subiti è necessario operare in maniera diversa. Prima bisogna valutare i trattamenti che eventualmente necessitano contro muffa grigia, marciumi e similari, che attaccano attraverso le ferite, poi agire contro il pericolo di oidio e peronospora che attaccano la nascente vegetazione. Successivamente si valutano eventuali interventi di potatura sul legno e di cimatura e scacchiatura sul verde. Per ultimo bisogna vedere se sono necessarie concimazioni aggiuntive per ripristinare le sostanze nutritive che la vite consuma in più per sostituire la vegetazione danneggiata.


 

La grandine è un problema serio perché rischia di mettere in ginocchio aziende intere che oltre a perdere la produzione dell'annata possono veder compromessa anche quella a venire. I rimedi sono pochi e a volte molto costosi. L'uso delle reti può essere una soluzione in quelle zone altamente esposte ai pericoli che cadono dal cielo, ma per quelle realtà dove il fenomeno non è abituale diventa una spesa eccessiva da sostenere. Si può scegliere di fare una polizza assicurativa, ma anche in questo caso i costi elevati di franchigia tengono lontano i piccoli produttori con meno risorse economiche a disposizione. Richiedere lo stato di calamità naturale trova dei vincoli. Infatti la Comunità europea prevede che la richiesta possa essere fatta solo se almeno il 30% dell'area colpita ha subito danni ingenti e non basta che si siano avuti alle colture, ma è necessario che si siano verificati anche una serie di smottamenti al terreno e danni agli immobili. Insomma, i soldi arrivano solo se il disastro è totale.
Volendo fare filosofia, potremmo dire che la natura in alcune annate è generosa e che in altre ti riserva spiacevoli sorprese, ma che va accettato sempre il suo volere supremo. Certo non è facile accettare il corso degli eventi con serenità e fiducia, specialmente se diventano vitali gli incassi dell'annata per far fronte agli impegni presi con banche e fornitori.
In questi momenti anche la politica dovrebbe far quadrato e trovare delle soluzioni per far fronte alle emergenze. Anche il sistema bancario dovrebbe avere un occhio di riguardo e riservare un trattamento preferenziale a chi si trova in difficoltà a causa di questi eventi naturali.
 In attesa e nella speranza che tutto questo si verifichi non ci resta che affidarci con fiducia al volere della natura e alla sua buona anima compensatrice, certi che avrà sempre un occhio di riguardo per le persone che lavorano e fanno tanti sacrifici.

lunedì 25 luglio 2011

Prima del match chiudi gli occhi...


lunedì 25 luglio 2011 ore 04,30



Prima del match chiudi gli occhi.
Vincerai perchè la vita è amara e le grandi gioie sono poche
Vincerai per la gioia negli occhi di tuo padre Armando
Vincerai per il sorriso dei tuoi amici
Vincerai per lo stramaledetto tennis
Vincerai per Angela che,dopo tutti quei moduli,fumerà una sigaretta sulla poltrona
Vincerai perchè la pazzia è figlia del talento
Vincerai perchè un uomo virtuoso mette la dignità al primo posto
Vincerai per l' ''Icenna'' all'imbrunire
Vincerai per l'Obelisco che si erge alto e possente
Vincerai perchè è qui che alberga il tuo cuore.


                   Domenico Pendulo

domenica 17 luglio 2011

Chiedo scusa ai miei Lettori per la pausa che mi sono concesso.
Tornerò presto

                                    Grazie Mattia Ravioli

domenica 19 giugno 2011

Arrivederci nero...


di Mattia Ravioli









Domenica di fine primavera, decido di partire per la costa adriatica per sostare ai confini con le Marche( io sono abruzzese) e sbragarmi al sole in riva al mare.
Lascio a casa pensieri e preoccupazioni lavorative momentanee, stressato da questa passata settimana faticosa, con l' intento di passare una giornata di svago nel marrone Mar Adriatico, ma consapevole che quell' acqua di certo non mi sfiorerà.( non é importante il mare basta il Sole)
La giornata inizia con un cappuccino ed un croissant, Fatto e Gazzetta ed io a bordo della mia Smart, accompagnato da Radio2 Social Club a cura di un Barbarossa in piena forma( ispiratissimo...).
Passa un' ora e mezzo e raggiungo il lungomare; parcheggio, caffè e mi butto in spiaggia.
Inizia la giornata nel migliore dei modi quando a metà,il trillo di un sms del mio amico Luigi, é pronto a darmi una drammatica notizia. Nel messaggio c' e' scritto: "é morto Clarence!"
Metto a fuoco, realizzo(sapevo che aveva avuto un ictus martedì), schizzo dal lettino e prendendo l' iPad, scrivo su google Clarence Clemons: spunta fuori un link dell' Unità: Addio a Clarence Clemons grandioso sassofonista del Boss!
La giornata é guastata, la mia voce trema, si forma il groppo in gola,stesso groppo che egli aveva sul palco prima di far suonare la prima nota al suo tenore, talmente emozionato di quei testi di Bruce, un po' come Marangolo con Francescone...
Lo statunitense soprannominato " The Big Man's" ci lascia all' eta' di 69 anni.
69 anni goduti, tra sigarette,whisky e buonamusica.
Era ricoverato in un ospedale di Palm Beach in Florida per un ictus cerebrale.Purtroppo non ce l' ha fatta!
Fondatore della E Street Band, sassofonista non per scelta( era un grande giocatore di football o baseball non ricordo e a causa di un grave infortunio non poté più svolgere attività sportiva), ha accompagnato per lunghi anni il suo amico( anche una volta scesi dal palco) Bruce Springsteen.
Proprio Bruce nella sua ultima autobiografia ha scritto la prefazione. 
Lo ha elogiato in più di una circostanza, ha sempre detto che oltre ad essere un suo ottimo musicista, era un amico "vero" ed "umile" nella Vita.
Basta pensare al feeling che li ha fatti suonare insieme per più di trent' anni...
Dopo la morte del bassista della E Street Band Danny Federici, se ne va anche l' uomo dalla nota facile, un uomo con un animo infinito. Nella vita ha ricoperto tanti ruoli umanitari nella sua Norfolk(Virginia), come ad esempio educatore per bambini disadattati nella Jamesburg Training School for Boys.
Se ne va un altro monumento della storia della musica contemporanea, un altro viso che parlava solo, bastava guardarlo; trasmetteva serenità, sicurezza, trasporto, amore, pace...
Era un personaggio d' altri tempi forse? Non lo so, so soltanto che ho avuto l' occasione di ascoltarlo dal vivo per ben due volte, insieme alla sua E Street Band e Bruce, e ricordo molto bene le note che lasciava uscire dal suo tenore, contralto, baritono che sia...
Brividi in purezza che con quello strumento regalava al Mondo intero...
Mi piace allora ricordarlo cosi', proprio come Bruce ad ogni concerto, lo presentava:
al termine di ogni perfomance, presentando tutti i membri della E Street Band,
 Springsteen chiamava Clemons come "il più grande uomo che io abbia mai visto", adattandolo alla nazionalità di ogni Paese in cui la band si esibiva come avvenne a Glasgow nel 2009, quando Bruce chiamò l'amico e compagno Clemons come "il più grande scozzese che io abbia mai visto" per la gioia del pubblico.
Addio Clarence, uomo dalle infinite emozioni...
Non preoccuparti, continuerò ad ascoltarti!
Vorrò ancora emozionarmi con te...
Stasera a cena ho brindato a te,e mi ero ripromesso che appena rientrato in hotel, ti avrei dedicato due righe; era scontato, non potevo non farlo!

domenica 5 giugno 2011

da un articolo non troppo remoto...



         
                           da:   www.tcfrancavilla.it/torneo4categoria2009/primoturnosmfinale.pdf


Mattia RAVIOLI se ve lo ricordavate estroso under 
con capigliatura bionda,
leggermente mossa,
 folta,
 raccolta con fascia bianca a pendant con i polsini,
 allora non lo riconoscerete. 
Noi ci abbiamo messo mezz’ora:
 capigliatura scura e riccia,
barba rada e lunga,
 ma siccome quello che ci interessa è il tennis
 torniamo al giocato
e Mattia come previsto ha giocato tosto, 
ha fatto qualche sua stranezza tennistica e il
povero malcapitato Piero LA MONARCA è capitolato;
 risultato finale 6/3 6/2.